La Sardegna, il Popolo Sardo, l’occupazione militare italiana.

1.Il contesto socio economico e l’occupazione militare dell’isola.
La Sardegna, isola al centro del Mar Mediterraneo, è nota per il suo mare le sue coste da sogno e le spiagge caraibiche, per la bellezza della sua natura, apparentemente incontaminata.

Meta di vacanzieri da ogni angolo del mondo e simbolo di turismo di alto livello, è in questo modo, vittima di quest’immagine da copertina di riviste estive, immagine costruita dal sistema economico turistico e culturale italiano, in seguito, soprattutto, ai massicci investimenti in infrastrutture di accoglienza del turismo del lusso e al sistematico sfruttamento delle sue coste.

Imprigionata in questa falsa rappresentazione di se stessa, la Sardegna è, invece, ben poco nota per la dura condizione che l’isola e il suo popolo vivono, a causa dell’invadente, aggressivo ed estraneo potere italiano che ne decide le sorti, che attua una tra le più dure politiche coloniali dei tempi moderni.

Si sa pochissimo delle politiche di colonizzazione culturale che violentano il popolo sardo, non si parla dei danni dell’industria pesante super inquinante, trasferita nell’isola a partire dagli anni ’60 e ancora più, si tenta di occultare i danni ambientali, umani ed economici causati dall’occupazione militare italiana in Sardegna.

Approfondendo quest’ultimo aspetto si pone subito in evidenza come l’Italia, a partire dagli anni ’50, abbia dislocato tutta l’attività militare inquinante in Sardegna, in particolare la quasi totalità delle esercitazioni e delle fasi sporche delle produzioni belliche dell’industria delle armi. Sull’isola vengono trasferite tutte le attività più dannose e più svantaggiose, tenendo così indenne la penisola italiana e mettendosi al riparo dagli effetti collaterali indesiderati, i quali vengono scaricati sull’inconsapevole Popolo Sardo e sulla sua terra.
Le più inquinanti attività militari vengono spacciate come frutto di investimenti che porteranno sviluppo e modernità in una terra che viene considerata, dai media compiacenti, come povera, arretrata, senza speranza. L’economia dell’isola viene rappresentata come arcaica, priva di futuro, le attività produttive sarde vengono ostacolate e isolate al fine di facilitare l’ingresso delle nuove economie calate dall’alto, pianificate nei ministeri italiani, i quali hanno già deciso il nuovo futuro per il Popolo Sardo, futuro fatto di devastante industria pesante e mortale occupazione militare.

Ad oggi, sulla sola isola, è presente circa il 65 per cento delle servitù militari italiane o comunque del territorio riservato ad usi militari, vi sono alcuni tra i più grandi poligoni militari d’Europa.
Fra servitù di terra e aree chiuse alla navigazione, la Sardegna si attesta sulla soglia dei 35.000 ettari, senza considerare gli spazi aerei interdetti.

La base militare più grande è il Poligono Interforze del Salto di Quirra (Pisq) con ben 13.000 ettari di estensione è il poligono più importante, il più grande d’Europa. Qui vengono svolte soprattutto attività missilistiche ma anche altre attività militari, addestrative e di sperimentazione di aeronautica e forze aerospaziali, inoltre di addestramento dell’esercito e della marina.
Segue il poligono di Capo Teulada con circa 7.000 ettari, utilizzato da tutte le forze armate ma principalmente dalle forze navali per le esercitazioni a fuoco, il bombardamento su costa.
Il poligono di Capo Frasca, conta 1.400 ettari, utilizzato dall’aereonautica per l’esercitazione al tiro su bersagli.
Inoltre altri importanti presidi quali aeroporti militari (Decimomannu), basi navali (La Maddalena), basi dell’esercito (Macomer), arsenali e depositi segreti, depositi carburanti, stazioni radio sparse su tutta l’isola.

Considerando gli spazi aerei e marittimi interdetti, le zone sottoposte a vincoli militari in Sardegna, sono più estese della stessa isola.

1. Il poligono di Quirra (Pisq)
Considerato che la vicenda della base missilistica di Quirra, sin dal suo principio, riassume in modo esauriente il sistema e l’essenza dell’occupazione militare italiana, vale la pena di soffermarci soprattutto su di essa.
Il Pisq venne progettato nei primissimi anni ’50 e dopo qualche anno, nel ’56, era già operativo. Si scelse questo territorio della Sardegna, oltre che per le sue caratteristiche fisiche, un altopiano a 700 metri sul livello del mare, per il suo basso tasso di abitanti e soprattutto per la debolezza del sistema economico sociale. Il fatto che quest’area è ripartita tra 10 comuni, privando ognuno di essi di solo una parte del loro territorio, ha fatto in modo che la sottrazione di terre non gravasse tutta su un singolo comune, limitando, in questo modo, l’eventuale protesta di una comunità.
Per la sede centrale del poligono e la costruzione delle infrastrutture, venne scelto il centro di Perdasdefogu, comune che sacrificava ben poco territorio rispetto agli altri e che quindi, apparentemente avrebbe avuto solo ricadute positive. Inoltre, tale comune versava in una debolezza economica assai marcata rispetto ai restanti comuni dell’area e risultava particolarmente isolato rispetto ai traffici commerciali della zona.
Alle popolazioni locali si promettevano rinascita economica, benessere e un futuro di sviluppo tecnologico. Ovviamente si parlava solamente della parte più seducente delle attività, quella spaziale, settore che nella realtà dei fatti non venne mai realmente sviluppato, lasciando il posto alla sporca attività militare.
I primi lanci di missili venivano spacciati per ricerca spaziale, le brochure di propaganda parlavano apertamente di trasformazione del centro ogliastrino nella Cape Canaveral sarda. Si invitavano i cittadini ad abbandonare i loro abiti di stoffe tradizionali per vestire gli ormai più adeguati bluejeans. I cittadini del centro cominciavano a sentirsi più importanti del resto dell’Ogliastra non baciata da una così grande fortuna.
Nei decenni successivi si dimostrò quanto erano sbagliate le rosee previsioni di sviluppo e benessere, infatti il centro di Perdasdefogu non crebbe e non arrivò nessuno sviluppo, rimase sempre stabile nel numero di abitanti, e a contrario dei centri limitrofi, non sviluppò alcuna attività produttiva. Solo i più addentro alle attività e i più coscienziosi cominciavano a intravedere la devastazione che veniva causata dall’attività militare.
Ci vollero ulteriori decenni perché le comunità cominciassero a prender coscienza del disastro che si stava creando, infatti solo negli anni ’90 cominciarono ad arrivare i primi dubbi sulla salubrità delle suddette attività e soprattutto dei dubbi sull’alta incidenza di malformazioni fetali, malattie gravi e morti precoci.
Solo a fine anni ’90 e primi anni 2000 si svilupparono i primi gruppi di protesta e i primi gruppi di controllo, cominciarono a fiorire manifestazioni e il lavoro della società civile sfociò nell’ottenimento dell’apertura di un’indagine della magistratura, sulle attività del poligono. Vennero trascinate in giudizio tutte le più alte cariche militari e politiche dello Stato Italiano, compresi Ministri e Presidenti della Repubblica. Oggi il processo è ancora in corso e prosegue tra gli ostacoli messi in opera dallo stesso Stato Italiano, senza la collaborazione di nessun apparato pubblico e tra la diffidenza e il timore della parte di popolazione che traeva qualche minimo vantaggio dalla presenza militare e che ora teme di perdere pure quello.

Oggi la base militare di Quirra è considerata un importantissimo sito della difesa italiana. Pisq (Poligono Interforze Salto di Quirra), ossia un poligono aereo, terrestre e marittimo, sperimentale e addestrativo.

L’attività dannosa del poligono può classificarsi in tre grandi categorie: 1) attività di esercitazioni militari; 2) attività di sperimentazione e collaudo di nuovi sistemi d’arma e sperimentazione civile; 3) smaltimento rifiuti militari.

a) Attività di esercitazioni militari: le tre forze armate, esercito, aeronautica e marina svolgevano lunghissimi addestramenti al combattimento, della durata persino di mesi.
Da tutto il mondo arrivavano eserciti e migliaia di soldati invadevano l’area per compiere le loro preparazioni, per simulare battaglie. Carri armati da tutta Europa portavano avanti esercitazioni, svolgevano manovre addestrative, ma soprattutto si allevano al tiro. Centinaia di mezzi corazzati attraversavano, su camion, mezza Sardegna per raggiungere il luogo dove poter sfogare tutta la loro potenza, dove tutto si poteva fare senza controllo.
Reparti di elicotteri si allevano al tiro su bersaglio, venivano impiegate diverse centinaia di razzi al giorno.
L’attività missilistica era quella più attiva, più sviluppata. Il poligono non a caso viene definito un poligono missilistico. Decine di missili ogni giorno venivano fatti partire e fatti esplodere per migliorarne le capacità di utilizzo, per verificarne l’efficacia su bersaglio. Eserciti da tutta Europa facevano esercitare i loro reparti missilistici nel poligono di Quirra.



Un altro aspetto dell’attività militare è quello dell’inquinamento elettromagnetico dovuto alla presenza di grandi stazioni radio per il controllo aereo.
Si tratta infatti di un poligono missilistico e il monitoraggio dei cieli è l’elemento fondamentale per poter guidare il lancio e studiare la traiettoria dei vettori.
Per questa ragione sono state installate stazioni radio in ogni angolo della Sardegna orientale, su ogni collina ne è stata costruita una, ormai queste fanno parte del paesaggio naturale. Il potenziale di queste antenne non è conosciuto, le emissioni non sono controllate e gli effetti di un tale inquinamento elettromagnetico non sono noti. Alcuni ricercatori hanno provato a misurare l’energia sprigionata da tali apparati, ma i dati raccolti vengono puntualmente smentiti dagli organi militari competenti. Gli enti sanitari non hanno mai affrontato il problema.

b) Attività di sperimentazione di nuovi sistemi d’arma: tutta l’industria d’armi italiana e parte di quella europea hanno utilizzato il Pisq per le loro sperimentazioni, per i test di nuovi prodotti. Armi di grosso calibro, sistemi missilistici, armi chimiche, tutto è consentito. Le industrie italiane ed europee progettavano le nuove armi presso le loro sedi, le sviluppavano e le producevano sempre nelle loro sedi, ma i test, la fase più inquinante della produzione, venivano sempre effettuati in Sardegna, nel Pisq, dove tutto era consentito. Bastava presentare un’autocertificazione sulla regolarità ambientale dell’attività svolta. Il poligono veniva affittato a tutte le aziende produttrici europee per i loro esperimenti e per questo si arrivava a far pagare, per certi test particolari, sino a 50.000,00 euro all’ora.
Nel settore dei sistemi missilistici, il poligono vanta apparati elettronici all’avanguardia per i sistemi di tiro, studio delle traiettorie, studio dell’impatto col bersaglio. Inoltre sono disponibili vaste aree interdette, nelle quali poter effettuare lanci di ogni tipo e portata.
La Vitrociset, azienda italiana leader del settore, presiede all’uso e alla gestione di tutti gli apparati tecnologici, supporta tutte le sperimentazioni missilistiche e di addestramento al lancio di tutti gli ospiti del poligono.
La parte di poligono a mare, sulla costa orientale, nei pressi di Capo S. Lorenzo, è la parte maggiormente utilizzata per i lanci di lungo raggio, con lancio di bersaglio e tiro su di esso a grandi altezze e distanze con impatto al largo della costa, in alto mare.
Il tutto ha fatto in modo che in circa sessant’anni di lanci su bersagli mobili, si siano accumulati migliaia di rottami di missili sul fondale marino, il quale risulta oggi, una distesa di relitti metallici altamente pericolosi.
Questa capacità in tema di teleguida missilistica, è la punta di diamante del poligono, così i produttori europei testano, in questo sito, decine e decine di nuovi prodotti missilistici ogni anno.
Enti nazionali italiani e non, come il C.n.r., l’europea E.s.r.o., aziende del calibro di Finmeccanica, Aerospatiale (S.N.I.A.S.), Alenia, Oto Melara, Fiat Avio, Messerschmitt-Bölkow-Blohm GmbH (M.b.b.), E.A.D.S., Galileo Avionica, Augusta-Westland, Consorzio Eurosan, Thompson, sono clienti abituali del poligono di Quirra.
Alcune multinazionali del settore missilistico, come la Oerlikon Contraves, sono presenti nel poligono sin dalla sua fondazione, e sperimentano i loro prodotti mortali da oltre sessant’anni.

Inoltre il poligono viene utilizzato anche come luogo nel quale i produttori d’armi presentano i loro prodotti bellici agli eserciti clienti, utilizzandoli e mostrandone gli effetti sull’area del poligono. Come si trattasse di una grande vetrina da poter devastare liberamente.

Vengono sperimentati gas tossici e armi chimiche. All’onore delle cronache, con articolo sul settimanale l’Espresso, era balzata la vicenda della sperimentazione, negli anni ’60, di armi chimiche utilizzate dall’aviazione americana in Vietnam, sostanze defolianti per la distruzione della vegetazione che dava rifugio ai soldati vietnamiti, quali Agente Orange e simili. Tali sostanze, altamente tossiche sono ritenute responsabili di neoplasie e di teratogenesi ossia malformazioni fetali.

Anche nell’ambito civile, il poligono di Quirra viene utilizzato per le fasi sperimentali inquinanti che risultano indesiderabili nella penisola italiana e nel resto d’Europa.
Tra i casi più noti possiamo citare le sperimentazioni di resistenza alla corrosione, pressione e temperatura di tubazioni per gasdotti, mediante prove da stress culminanti in gigantesche esplosioni.
Oppure il caso dei test di razzi per spedizioni scientifiche, per i quali, sin dal 1985, vennero costruite delle strutture finalizzate ai test di collaudo dei motori dei lanciatori europei Ariane, dei lanciatori dell’intera famiglia Zefiro, dell’ultimo nuovo vettore europeo Vega.
Gran parte del settore scientifico europeo militare, ma anche civile, affluisce in Sardegna, per effettuare le attività inquinanti di sperimentazione e collaudo, che non è consentito svolgere nel resto d’Italia e d’Europa.


c) Smaltimento rifiuti militari: il territorio del Pisq è stato sempre utilizzato ai fini dello smaltimento di rifiuti militari. Narrano le indagini giudiziarie, di operazioni mensili di smaltimento di rifiuti militari, mediante interramento e brillamento, ossia esplosione indotta da esplosivi posizionati sottoterra. Si tratta di vecchie bombe e missili di ogni genere non più utilizzabili, per vetustà o per ragioni tecniche; munizioni di ogni genere, da quelle navali di grosso calibro alle munizioni di fucili; sistemi d’arma non diversamente smaltibili, perfino armi chimiche.
Dalle indagini è persino emerso che tutti gli arsenali italiani di armi chimiche risalenti alla prima guerra mondiale e alla seconda, che erano stoccati da decenni in speciali gallerie nelle montagne del Lazio, siano stati interamente smaltiti nel poligono di Quirra, sempre mediante brillamento. Pare che le operazioni siano durate circa 15 anni, a cavallo degli anni’80.
Inoltre dalle indagini è emerso che l’Italia smaltiva a Quirra, partite di armi da tutta Europa, facendosi pagare per uno smaltimento che in realtà avveniva in Sardegna. Persino delle partite di missili provenienti dalla Russia, vennero smaltite con queste modalità.
Tali brillamenti provocavano delle giganti esplosioni e liberavano enormi nubi di polveri e materiali che si depositavano sul terreno. Tali materiali residuali venivano raccolti e sotterrati nei pressi degli stessi luoghi di brillamento.


2. Effetti sull’ambiente e sulla salute
A partire dagli ’90 le popolazioni locali cominciarono a prendere coscienza delle numerose vittime di malattie tumorali, in proporzioni anormali rispetto alla media italiana ed europea e soprattutto rispetto agli anni precedenti all’installazione del poligono.
Soprattutto colpivano i dati sulle malformazioni fetali, casi talmente numerosi da non lasciare adito a nessun tipo di dubbio, sulla presenza di qualcosa di anomalo nell’ambiente. Fece scalpore il dato di malformazioni nel piccolo comune di Escalaplano, con ben 8 casi in un anno di gravi malformazioni, su 20 neonati. Si tratta di un centro abitato posto a ridosso della zona del poligono nella quale avvenivano esercitazioni pesanti e gli smaltimenti di cui al paragrafo precedente.

Tra le primissime pubbliche denunce sull’emergenza sanitaria, vi è quella dell’ex sindaco di Villaputzu, medico di famiglia, era il 1990. Il medico denunciava un accrescimento del numero di malati di tumore talmente alto da non poter trovare nessuna spiegazione naturale plausibile. Affermava il medico che: “il numero di tumori che prima si riscontrava in un’area di 60.000 abitanti, dopo qualche anno dall’inizio delle attività a regime del poligono, si poteva riscontrare in un villaggio di 150 persone”.

Parallelamente, nessun dato sull’incidenza di queste malattie veniva pubblicato dalle strutture sanitarie competenti. Ogni tentativo di confrontare dati sanitari, risulta impraticabile e le autorità competenti, preferiscono quasi sempre schierarsi dalla parte della negazione dell’esistenza di problemi sanitari.
Solamente in alcuni casi veramente eclatanti, persino le autorità sanitarie hanno ammesso la reale situazione. È il caso del villaggio di Quirra, piccolo gruppo di case nei pressi del poligono militare. L’Asl di Cagliari ha denunciato che «ll 65% del personale, impegnato con la conduzione degli animali negli allevamenti ubicati entro il raggio di 2,7 km dalla base militare di Capo San Lorenzo, risulta colpito da gravi patologie tumorali. Nelle aziende oltre i 2,7 km il tasso si attesta al 30% ».

Anche dalle indagini della magistratura sui territori di Quirra e Perdasdefogu, emerge un quadro sconcertante: nei pascoli adiacenti o situati nei dintorni del poligono, soldati e pastori ammalati di tumore in particolare leucemie e linfomi, tra cui un’alta incidenza di linfomi rari. Presto si inizia a parlare di “Sindrome di Quirra”, una lunga catena di morti e malattie sospette che potrebbe collegare queste fatalità con le attività militari svolte nel poligono sperimentale.

Completano il quadro, poi, i numerosissimi casi di malformazioni fetali negli animali da allevamento. Compaiono problemi di sviluppo del feto e di gravi menomazioni che non si erano mai viste prima. I difensori dei militari sosterranno poi, che il tutto è dovuto a errate campagne di vaccinazione e a errati accoppiamenti tra animali della stessa famiglia.
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L’indagine della magistratura ha inoltre portato alla effettuazione di approfondite analisi commissionate a equipe di studiosi provenienti da varie parti d’Italia e d’Europa.
La magistratura accusante, le difese e il giudice, tutti quanti commissionano a diverse squadre di tecnici e università, le analisi sul territorio. Solo la confusione regna tra i dati raccolti, quasi sempre contrastanti tra essi.
Alcuni risultati di rilievo, comunque, emergono dalle indagini.
Di assoluta importanza appare la presenza di uranio 238 anche se in minima quantità. Le difese attribuiranno la presenza di questo metallo sui campioni raccolti, alla presenza naturale dell’uranio nel terreno del poligono e le esplosioni avrebbero solamente contribuito a diffonderlo nelle zone circostanti.
Certamente di rilievo è anche la scoperta della presenza di torio radioattivo, sicuramente più pericoloso dell’uranio, il quale deriverebbe dall’esplosione di quasi 1.200 missili Milan nella sperimentazione della casa produttrice francese Euromissile.
Particolarmente contaminata da metalli di ogni genere e da inquinanti chimici, sarebbe la zona nei pressi di Monte Cardiga, un’area nella quale venivano svolte la maggioranza delle attività di tiro e di smaltimento.
Il procedimento penale a carico delle cariche militari e politiche ritenute responsabili del disastro del poligono di Quirra, ad oggi, nel 2017, non è ancora giunto a conclusione, tuttora incerto risulta l’esito della vicenda giudiziaria.

3. Conseguenze economiche e sociali
L’occupazione militare del poligono di Quirra, ancora oggi in atto, ci lascia in eredità sicuramente danni incalcolabili all’ambiente, al territorio, danni che forse non potranno mai essere sanati. Una parte del territorio è compromessa in modo definitivo e da considerarsi persa per il Popolo Sardo, sacrificata per sempre per gli interessi dello Stato Italiano.
Indubbiamente il poligono ha causato problemi evidenti ai sistemi economici locali: da una parte ha originato un’economia pressoché dipendente dalla presenza del poligono stesso, il caso di Perdasdefogu è emblematico, dall’altra, gli indicatori socioeconomici e demografici mostrano chiaramente un alto tasso di spopolamento e un livello di reddito pro capite, nella maggior parte dei centri abitati interessati, decisamente inferiore alla media sarda.
Certamente nessun vantaggio economico è stato apportato ai territori limitrofi al poligono; nessuna delle attività svolte al suo interno ha avuto dei legami, neppure dei contatti, con le attività produttive locali. In nessun caso l’economia locale ha tratto vantaggio dalle attività belliche del poligono.

Viceversa, può affermarsi che il poligono di Quirra, con l’interdizione di migliaia di ettari di territorio vergine, abbia certamente bloccato lo sviluppo delle aeree interessate. Già dalla sua installazione, migliaia furono gli sfollati, centinaia di ettari di fondi coltivati vennero interdetti e portati all’abbandono forzato. Inutili furono le proteste delle popolazioni locali, le quali vennero allontanate con la forza e neppure risarcite.

Inoltre la presenza del poligono ha sicuramente determinato una dissociazione sociale e culturale ancora maggiore tra le popolazioni interessate e il proprio territorio, obbligate all’allontanamento dalla propria terra madre, costrette a sperare in un posto di lavoro derivante da attività avulse dalla vocazione naturale della regione e rieducati a una nuova teoria pensata dagli strateghi coloniali italiani: “la terra dei sardi è avara e inospitale, non si commette un grave reato a devastarla con le bombe!”.

Senza tante aspettative sulla conclusione del procedimento penale in corso, a carico dei gerarchi militari, possiamo sicuramente affermare che, se la questione della correlazione fra conseguenze dell’inquinamento ambientale ed i gravi problemi sanitari è ancora questione dibattuta, quella della contaminazione del territorio è questione assai chiara ed evidente.

Nel frattempo la macchina mediatica al servizio degli interessi italiani, ha già riiniziato a lavorare per insabbiare le notizie potenzialmente pericolose per la serenità delle popolazioni locali e, il rilancio dell’attività del poligono, sotto una veste più umana, è già partito.
Cambia pure il linguaggio, non si parla più di servitù militari ma di territori interdetti, non si parla più di attività militari ma di attività scientifica. Vengono diffusi, tra i militari, opuscoli recanti norme di comportamento e di conversazione con la gente del posto finalizzati a tenere tranquilli e rassicurare gli abitanti dei comuni vicini. Pare di esser tornati ai tempi del primo insediamento, si promette un poligono trasformato in centro scientifico all’avanguardia, si parla nuovamente di ricerca aerospaziale condotta da aziende civili, le nuove parole d’ordine sono riconversione, ricerca scientifica e aziende civili. I militari spariscono dalla scena e vengono occultati dietro una cortina di fumo e di buoni propositi, nuove promesse di sviluppo sostenibile vengono distribuite a mani piene dal sistema informativo.
Addirittura vengono coinvolte le università della regione, vengono siglati accordi di collaborazione, istituiti appositi enti, si promettono posti di lavoro per i nuovi laureati.
Insomma il potere coloniale si riorganizza e si abbellisce, si protegge e si tutela da possibili prese di coscienza del Popolo Sardo.
Prima ancora che la giustizia penale abbia fatto il suo corso, l’occupazione militare, quindi, ha comunque già cambiato il suo volto, d’ora in poi non sarà più occupazione militare ma ricerca scientifica, esattamente come nel principio, come sessant’anni fa.

Al Popolo Sardo non rimane che lottare per riavere indietro questi pezzi del proprio territorio, seppur deturpati dalle attività svolte negli ultimi sessant’anni.
Solo il Popolo Sardo è legittimato a decidere l’impiego futuro di queste terre e occorre rifiutare con forza qualsiasi proposta di riconversione, di riutilizzo, qualsiasi ipotesi di impiego delle terre calata dai ministeri italiani, va assolutamente rigettata.
Libe.r.u.
Liberos Rispetados Uguales

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